NEWS | I vincitori dei People’s Choice Awards 2020

Il 15 novembre scorso si sono tenuti negli Stati Uniti i People’s Choice Awards , l’unico premio eletto esclusivamente dal voto popolare.

Qui sotto c’è il link per leggere la lista dei winners e anche la possibilità di vedere lo show online attraverso il link nella pagina.

https://www.eonline.com/news/1204775/peoples-choice-awards-2020-winners-the-complete-list

This Is Us è tornato con la quinta stagione e con qualche novità…

This Is Us, con un poco di ritardo rispetto gli anni precedenti, è tornato su NBC in America per il quinto anno. Sempre simile a sé stesso e con lo stesso stile family drama, lo show si appresta a fare una cosa mai vista in precedenza.

Gli autori hanno deciso di collocare la serie tv in un preciso momento storico a differenza di prima in cui non si è mai accennato a una contestualizzazione nel presente. This Is Us è una delle prime serie (come The Good Doctor e Grey’s Anatomy) a introdurre il Coronavirus e anche un altro tema caldo negli States come l’uccisione di George Floyd.

A mio parere per dare una sorta di continuità tra le stagioni era meglio lasciare tutto com’era senza introdurre il Covid per una questione di evasione dalla realtà, mi spiego meglio. Se guardo This Is Us mi butto nella vita dei Pearson e abbandono la mia, invece vedendo mascherine e igienizzanti non mi dimentico della situazione che sto vivendo ma me la porto dietro. Però devo riconoscere che così si normalizza la pandemia attraverso il veicolo della serie annullando il disagio di non vedere anche in tv tutti i regolamenti che dobbiamo seguire (ormai) normalmente.

Si è rincarata la dose con il nodo del razzismo, facendo venire a Randall una crisi di coscienza al compimento dei 40 anni. La morte di Floyd ha colpito allo stomaco la comunità nera facendoci rendere conto cosa abbia voluto dire veramente negli Stati Uniti, ad esempio la partecipazione di Kate e famiglia ai cortei di protesta e al profondo malessere del fidanzatino di Deja.

Per il resto ho avuto la calda sensazione di ritornare a casa vedendo le vite del big three Kevin Randall e Kate. Non vedo l’ora di vedere da una parte come introdurranno le novità sulla pandemia come ad esempio il possibile vaccino che è stato messo a punto proprio in America.

E dall’altra le due news della stagione, la madre biologica di Randall e l’aborto di Kate. Come influenzeranno gli eventi queste due bombe? Lo scopriremo dopo la pausa autunnale!

Stay tuned!

Barbaren | Recensione della nuova serie tv storica di Netflix

Barbaren (con il titolo in italiano Barbari) è una nuova proposta di Netflix di genere storico. La serie tv, con sole 6 puntate, vuole essere l’ennesima risposta a un numero sempre più vasto di show ambientati in un periodo storico passato.

Si tratta di una produzione tedesca che volge la prospettiva dal punto di vista dei germani o barbari, ponendo come nemico l’esercito romano che vuole dominare sempre di più sulla Ghermania. Barbaren è una serie tv che vuole ambire a grandi prodotti come Vikings ma non ci riesce.

Sembra partire bene con il pilot, poi ci si rende conto che è abbastanza noiosa senza un ritmo incalzante. I particolari sembrano lasciati in secondo piano: non si vedono né rituali né tanto meno cerimonie che ci facciano entrare con tutta la testa nello schermo, a parte qualche incitazione alla guerra.

La scelta di mantenere il linguaggio originale per dialoghi solo tra i romani (il latino) è una scelta poco azzeccata perché rende meno realistica la cultura dei barbari. Non si percepisce l’aspetto accurato della ricostruzione che fa di una serie un fenomeno di culto.

La scenografia è discreta ma non permette di capire a fondo chi siano questi barbari. I romani li conosciamo bene da vari film e serie tv, i barbari un po’ meno e qui sembra di essere di fronte a un popolo un po’ vichingo (uomini e donne bellissimi dagli occhi azzurri e capelli biondi) e un po’ al popolo libero di Game of Thrones.

Spezzerei una lancia a favore della trama lineare e semplice senza stratificazioni poco funzionali. Tutto ruota attorno alla famosa battaglia nella foresta di Teutoburgo che costituisce il climax dell’intera narrazione, tra alleanze matrimoni e doppi giochi.

Da internet ho letto che Netflix avrebbe deciso di rinnovare Barbaren per un’altra stagione, ma solo il futuro ci potrà dire se il lupo che si vede all’orizzonte sarà una promessa o una minaccia.

Voto serie: 6

The Queen’s Gambit | Recensione della miniserie sugli scacchi

La nuova miniserie Netflix, The Queen’s Gambit, sta scalando la classifica interna al portale di streaming. Tratta dall’omonimo romanzo è un prodotto interessante che induce al bingewatching date le sole 7 puntate di durata.

La forza della serie sta in due cose. In primis, la scoperta del mondo degli scacchi. Un universo nascosto che ha le proprie regole, una letteratura, i propri gran maestri e avversari che si scontrano pacificamente ad un tavolino (siamo nel periodo storico della Guerra Fredda).

E in secundis, nella protagonista con quel suo sguardo gelido e penetrante. Con una mente fredda e calcolatrice Elisabeth Harmon si trova a immaginare la scacchiera capovolta sul soffitto.

La vita iniziale di Beth in orfanotrofio mi ricorda la storia in La Piccola Principessa e l’intelligenza spiccata di Matilda Sei Mitica.

“Quelle come te non hanno vita facile”

Episodio 1×4

L’attrice ha una personalità non facile da gestire in bilico tra genio e sregolatezza. Già a 9 anni si avvicina inconsapevolmente alla piaga della dipendenza (crudele come l’Istituto tenga “tranquilli” i ragazzi), a 15 scopre l’alcol e verso i 20 anni comincia a fumare. Si evince un disagio interiore ben interpretato da Anya Taylor-Joy che nasce dal rapporto con la madre prima quella naturale (affetta da un qualche disturbo comportamentale) e poi quella affidataria (depressa e alcolista).

Beth impara a relazionarsi con l’altro sesso attraverso i vari tornei di scacchi a cui partecipa, sotto l’occhio attento (soprattutto agli utili) della madre – manager. È abbastanza sveglia da intimorire i ragazzi della sua età e da intrigare quelli più grandi (Benny Watts, il ragazzo con il cappello da cowboy, è la sua versione al maschile) mettendo alla prova la loro intelligenza.

In Queen’s Gambit emergono le piaghe sociali degli anni ’60: il razzismo velato verso i ragazzini di colore che crescono in orfanotrofio senza che nessuna famiglia li adotti (non perché siano troppo grandi ma forse troppo neri) e il sessismo verso le donne. Le donne sono viste solo come casalinghe e madri non dotate di un cervello pensante, con sogni e passioni.

È presente anche il tema della solitudine che si intreccia a quello della morte. Elisabeth è una persona solitaria, nonostante provi il dolore per la perdita della madre riesce a stare in quella casa così grande e vuota. Ha solo bisogno di una “compagnia” usando il povero amico Harry innamorato di lei al punto di rifarsi i denti. A Beth basta sé stessa, la rabbia che serba dentro e la sua difesa siciliana.

Gli ultimi episodi raccontano la scalata al successo e dall’altra discesa verso gli Inferi di Beth, eternamente insoddisfatta e spaventata da quello che potrebbe essere senza gli scacchi. Ma grazie ai suoi amici (che sono anche la sua famiglia) e alla forza interiore riesce a uscire dal baratro depressivo in cui è finita. Dimostrando al mondo la campionessa che è e facendo così scacco matto.

Voto serie: 8

Ratched | Recensione della serie tv Netflix sull’infermiera Mildred

Vedo da qualche settimana partire su Netflix il trailer della nuova serie tv Ratched, di Ryan Murphy (padre di American Horror Story), e allora decido di iniziarla. Mi ha incuriosito lo stile così elegante e raffinato, e lei, l’infermiera Ratched con il suo rossetto rosso e il cappello portato di sbieco.

Interpretata benissimo da Sarah Paulson (musa di Murphy in AHS), Mildred Ratched è agli inizi della sua carriera al centro psichiatrico di una piccola cittadina della California. Soggiorna in un motel dalle tinte oscure (mi ricorda Bates Motel) ambientandosi subito nell’ospedale. Appena arriva è subito padrona della scena attirando su di sé l’attrazione di uomini e donne: dall’inizio si capisce che Mildred ha dei piani subdoli e poco a poco ci viene svelata la sua storia.

Dai primi episodi ho pensato che venisse fuori la vena di Mildred (quella famosa nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo) e invece ha mostrato il lato umano di sé, rivestendo completamente la figura dell’angelo della misericordia. Notiamo il suo carattere tenace, da prima forte e spietato (la scena cruda con il prete che viene lobotomizzato perché parlava troppo) e poi sempre più in preda alle emozioni tanto da lasciarsi andare all’amore.

Perché ciò che sta alla base della serie tv, alla base di tutto, è l’amore. E’ per amore che il fratello di Mildred Edmund ha massacrato i genitori adottivi, è per amore che le due lesbiche sono finite rinchiuse, è per amore per il dottor Hanover che Betsy Bucket ha compiuto la pratica dell’idroterapia. Un amore tragico e mai a buon fine in Racthed, come quello tra Edmund e l’infermierina (stile Bonnie e Clyde) e tra la stessa Mildred e Gwendolyne.

La vera Mildred è uscita pian piano verso la seconda parte della serie, svelando la sua identità sessuale che aveva represso per tanto tempo, cosa che mi ha spiazzato sinceramente. Pensavo fosse più apatica e distaccata, e non così presa da ciò che fa tribolare il cuore. Dall’altro lato, Gwendolyn è un personaggio molto riuscito, una donna forte e coraggiosa nei rigidi anni ’60 che merita la felicità in Messico con la sua (finalmente) Mildred.

Gli anni ’60 sono un palcoscenico per le innovazioni di quel tempo. Da una parte abbiamo le tecniche all’avanguardia usate nei manicomi e dall’altra la “modalità” moderna con cui si effettuava la pena di morte. Il direttore dell’ospedale Hanover è un po’ la rappresentazione degli inizi, delle sperimentazioni a volte fallaci che poi fanno grande la scienza; è nel contempo un ometto insulso e pavido che cerca di scappare dai suoi errori ma finisce per perire per mano del male che cerca disperatamente di curare. Charlotte infatti è uno dei pazienti migliori della clinica, affetta da sdoppiamento di personalità è un personaggio chiave che porta infine Edmund alla libertà.

La pazzia, caduta in secondo piano nella fitta trama di Ratched, è ciò che rende interessante Edmund Tolleson; che potrebbe benissimo essere un serial killer realmente esistito. Edmund è pazzo da legare, ma allo stesso tempo mette tenerezza perché – ancora una volta – è alla ricerca d’amore e verso il finale di serie cambia il suo amore fraterno per Mildred in spirito di vendetta che sembra presagire un inizio di seconda stagione più incentrato sulle dinamiche tra i due fratelli che tutto il resto.

Nelle altre sottotrame vediamo quella più grottesca e assurda in cui è coinvolto Hanover: la madre (una Sharon Stone che sembra travestita da Madonna la cantante) di un suo ex paziente lo vuole morto perché sotto effetto di droga ha amputato le braccia al figlio schizofrenico causandone inoltre l’amputazione delle gambe. Poi abbiamo quella più soft della (ex) caposala Betsy: prima frigida e gelosa, poi innamorata, e dopo donna più forte e infine amica (non ci avrei mai creduto) di Mildred. Il personaggio buono della serie è Huck, veterano di guerra e sfigurato, che rappresenta il bene e tutto ciò che c’è di giusto nel mondo.

Alla fine la serie vira più sulla dimensione dualistica e personale tra i due fratelli, lasciando sullo sfondo la piece della clinica. Mi aspetto tuttavia che nella (ormai annunciata) seconda stagione si ritorni alla dimensione corale.

“Abbi cura del tuo uovo, fai di tutto per non fartelo portare via…”

Edmund Tolleson – episodio 1×8

Voto serie: 7 1/2

The 100 | Recensione del season finale

Anche l’epoca di The 100 è giunta al epilogo, la nostra battaglia si è conclusa. Con l’episodio 7×15, uscito il 1 ottobre scorso su The CW, si è scritto il finale di una delle serie tv sci-fi più interessanti degli ultimi anni.

Purtroppo però, lasciatemelo dire, The 100 è vittima di quel circolo vizioso di cui a volte le serie lunghe fanno parte. L’ideatore Jason Rothenberg sembra essersi dimenticato il pathos delle prime stagioni lasciandosi così andare a minestrine riscaldate con trame che sfiorano il non sense rovinando così le aspettative di un intero ciclo di episodi.

Ricordandovi che ho recensito il pilot (The 100 | Parere sulla 7×01) di questa settima e ultima stagione vi propongo, per chiudere il cerchio, la mia recensione strutturata per punti.

1. Clarke Griffin. Dalla prima stagione Clarke è cambiata sempre di più: da a leader dei Trikru, a eroina della specie umana, fino a martire che porta il peso del mondo. Perché ormai Clarke non è altro che questo, una guerriera (sottolineo una donna) immolata alla patria che ha sacrificato sé stessa e le persone che ama per tutto e tutti. Fino alla fine si dimostra per quello che è, testarda e spavalda tanto da arrivare davanti al giudizio universale uccidendo (ancora una volta) una persona.

2. Bellamy Blake, personalmente la mia delusione più grande. Nelle prime 4 stagioni è stato un punto di riferimento della serie, il leader tra i suoi compagni che erano pronti a seguirlo ovunque perfino sullo spazio. Poi nelle stagioni finali si è sempre più appiattito, fino ad essere quasi una comparsa nello show e a convertirsi a una religione vuota che non lascia spazio all’amore. Ho sperato per 7 anni in una bellarke e invece niente!

3. John Murphy, il personaggio a parer mio con un’evoluzione bellissima. Gli showrunner hanno creato una caratterizzazione molto profonda, merito soprattutto del bravo Richard Harmon. Da scarafaggio subdolo a eroe non dichiarato Murphy ha dimostrato di avere una bella anima, un coraggio non indifferente e un’intelligenza spiccata. Il suo è uno dei casi in cui l’amore può veramente salvare, l’incontro con Emori lo ha cambiato e lo ha reso nel corso delle stagioni l’uomo che è diventato; prova che la redenzione esiste.

4. Octavia Blake. Altro character cazzuto, un esempio di donna che ha forgiato il suo carattere nonostante tutto, è una sopravvissuta da tutta la vita e perfino Blodreina è riuscita a ritrovare la pace dopo l’inferno. Ha regalato il degno finale alla serie, dimostrando che l’umanità non è del tutto da buttare via e che c’è sempre speranza.

5. L’apparizione di Lexa. Il vero pezzo forte di tutto il season finale, una vista tanto dolorosa quanto bella al pari del ricordo di Lincoln.

Siamo così giunti alla fine del cammino passando tra mondi e civiltà diverse.

* may we meet again *

Voto serie: 6/7

NEWS | I vincitori degli Emmy Awards 2020

Tutti i vincitori degli Emmy 2020

Nella notte tra domenica e lunedì sono andati in onda negli USA gli Oscar della tv, gli Emmy Awards.

In una versione del tutto originale: Jimmy Kimmel solo in teatro e in collegamento streaming con le star premiate, vestite di tutto punto anche se in casa. Come ormai il Covid-19 ci ha abituato in questi mesi.

Vi anticipo solo che le serie must da recuperare, per chi non lo avesse già fatto, sono Watchman e Euphoria.

CONDIVIDO | We Are Who We Are 1×01 – Right Here, Right Now #1

Subito dopo la 77° edizione del Festival di Venezia, dove Luca Guadagnino ha presentato il suo ultimo lavoro (una biopic dedicata a Salvatore Ferragamo), il regista siciliano firma il suo debutto nel mondo delle serie tv con We Are Who We Are, miniserie televisiva prodotta in collaborazione con HBO e Sky Atlantic. Guadagnino è conosciuto […]

We Are Who We Are 1×01 – Right Here, Right Now #1

Addio a una grande donna, Lady Olenna

Non ci posso credere, un’altra persona che se ne va. Diana Rigg, 82 anni, ci lascia con un’impronta indelebile nei nostri cuori di fan.

Chi ha seguito Game Of Thrones lo sa. Il suo personaggio, Lady Olenna, è stato uno dei più cazzuti della serie. A capo della casata Tyrell è stata soprannominata dai suoi nemici Regina di Spina per il suo spirito pungente e la personalità d’acciaio.

La voglio ricordare con una citazione degna di lei:

“Ci sono fin troppi marameo in questo reame, se proprio vuoi la mia opinione, bambina.”

P.S. per saperne di più sulla sua grande carriera andate a leggervi qualche informazione online.

Lucifer 5 prima parte | Recensione

Tom Ellis ne sa qualcosa di vittorie, infatti è stato quello che ha creduto più di tutti nel recupero di Lucifer e ha vinto. Netflix ha riacquistato la serie con la quarta stagione, la quinta (divisa in due parti) e la sesta che sarà l’ultima.

Lucifer è disponibile sulla piattaforma dal 21 agosto scorso ed è già un fenomeno di visualizzazioni in tutto il mondo, battendo concorrenti come Vis a Vis: l’Oasis.

Le prime due puntate sono partite con il freno a mano tirato, risultano abbastanza piatte e noiose. Conosciamo da subito la nemesi di Lucifer, il suo fratello gemello Michael (l’Arcangelo). Il nome Michele significa letteralmente chi come Dio ed è colui che ha sconfitto Lucifero quando si è ribellato agli Angeli del Paradiso.

Michael mi sembra un personaggio poco riuscito fino ad ora, una caricatura fatta male. La sua postura ingobbita e l’impostazione della voce roca secondo me non bastano a differenziarlo da Lucifer, gli showrunner avrebbero dovuto lavorare di più sulla personalità.

 

Ritroviamo anche i personaggi a cui siamo affezionati da cinque anni. Trixie, la figlia di Chloe, è cresciuta ed è sempre più sveglia. Dan ha finalmente trovato pace dopo la morte di Charlotte ma non durerà per molto… (la scena in cui scopre la vera identità di Lucifer è strepitosa) Ella la coroner è sempre molto particolare ma non riesce a uscire dal personaggio della ragazza buona ma sfigata. La serie punta molto sull’ironia, cosa che la salva in toto; il rapporto tra sacro e profano letto in chiave sarcastica è sempre quel mordente che fa di Lucifer un prodotto unico nel suo genere.

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Dalla terza puntata abbiamo qualche elemento in più per far quadrare il cerchio: Chloe viene a conoscenza della sua vera identità e Maze apre il suo cuore facendoci vedere il suo lato umano e il disperato bisogno di avere un’anima tanto che la porta a non riconoscere più chi è un vero amico e chi no.

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La musica cambia dal quinto episodio. Si passa a una sorta di introspezione della maternità vista dalla psicologa Linda (la consapevolezza di essere genitore) e da Maze (la perdita della madre biologica). Amenadiel è un servitore del bene, un emissario d’amore di cui tutti hanno bisogno. Finalmente abbiamo ciò che aspettavamo da sempre: l’inizio della relazione tra Chloe e Lucifer.

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Anche Lucy perde un po’ della sua  forma soprannaturale e si mostra per quello che è: un uomo, vulnerabile e innamorato della sua detective. Però mi sorge una domanda morale, perché dovremmo amare Lucifer (a parte il suo fisico)? E’ l’uomo più narcisista del mondo, vendicativo e seccamente ironico. Cosa ci attrae di lui? Probabilmente il fatto di essere il diavolo in persona.

Negli ultimi due episodi c’è una virata dal procedural verso la formula del thriller improntato sul serial killer di turno (un po’ alla Criminal Minds) e questa cosa mi piace. Il cambiamento fa bene allo show, il ritmo è incalzante e l’attenzione sale. La fine è degna di tutta la serie tv, abbiamo dovuto aspettare cinque lunghi anni per vedere Dio e l’espressione negli occhi di Lucifer dice tutto (prima la madre e ora il padre). 

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P.S. anche a voi Dio ha ricordato Morgan Freeman in Una notte da Dio?

Voto serie: 7

Classificazione: 3 su 5.

 

 

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