Reign| Recensione della serie tv

Ho scelto di rivedere una di quelle serie tv che negli anni ho lasciato nel dimenticatoio. Già 3 o 4 anni fa avevo scartato Reign tra i miei recuperi estivi perché non ne ho mai sentito parlare granché bene ma ora come ora, vedendo il deserto di questo periodo, ho deciso di darle (di nuovo) una possibilità.

 

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Reign nasce nel 2013 e continua fino al 2017 con quattro stagioni, di cui l’ultima troncata a metà per i pochi ascolti. Principalmente è andata in onda sul network The CW, e da noi in Italia è arrivata prima in chiaro sulla Rai e poi sulla piattaforma di streaming Netflix.

Sinceramente, dopo 78 episodi, non ho ancora capito a che genere appartenga. Gli autori hanno fatto una miscellanea sbiadita tra teen drama, fantasy e dramma storico il cui risultato devo dire che è abbastanza obbrobrioso, non viene rispettata l’accuratezza storica sia per lo svolgersi degli eventi che per i dettagli di scena.

 

Nella prima stagione siamo di fronte al sacro e profano: da una parte l’ascesa divina di Maria Stuarda al trono di Scozia e dall’altra la profezia eretica di Nostradamus sulla morte di Francesco Delfino di Francia. Si affaccia anche il classico triangolo amoroso (patetico) tra i due promessi sposi e il terzo incomodo Sebastian, il figlio bastardo di Re Enrico.

 

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Dalla seconda invece c’è una virata più storica con: l’avvicinarsi delle nozze tra Maria e Francesco e il loro continuo tira e molla, le varie alleanze per favorire o meno un paese, i tradimenti e gli intrighi a corte.

A metà stagione la dipartita dell’ormai Re folle Enrico fa da spartiacque creando la coppia Sebastian/Kenna la più falsa e noiosa di tutta la serie (meno male che Kenna è espatriata). Accadono molti eventi spiegati con poca chiarezza e in modo approssimativo dove tutto sembra un continuo ballo in maschera. Alcuni personaggi inoltre si perdono per strada facendo come Nostradamus che avrebbe potuto dare di più a Reign, Olivia che non si è mai capito il suo ruolo (disturbatrice o vittima?), Claudia un diversivo poco interessante.

Al contrario le caratterizzazioni più riuscite a parer mio sono quelle di Caterina De’ Medici (il suo essere donna sopravvissuta e esperta di veleni), Maria (ragazza vittima di abuso, sola in una terra straniera, innamorata, intelligente), Sebastian (buono e tenebroso, scaltro e onesto), Stéphane Narcisse (tanto odioso da suscitare fascino).

 

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La terza stagione si apre con uno spirito più giallo, quasi tendente all’investigativo con Bash che fa lo sceriffo per le strade e la caccia allo Jack lo squartatore di Francia. Il nuovo personaggio di Delphine è uno di quelli meno riusciti perché non le hanno dato (sempre a parer mio) una personalità ben definita che si snoda tra guaritrice, strega, eroina e donna giusta per il nostro buon samaritano di Bash.

Conosciamo inoltre, dopo la prematura morte di Re Francesco (con un addio interminabile alla Beautiful), Carlo che fin da subito mostra mancanza di carattere e di personalità. Da dove sia uscito non lo capisco, data l’intelligenza e l’arguzia dei genitori reali. Poi viene il turno di Elisabetta, Regina vergine (nella storia) d’Inghilterra, la quale mostra un carattere forte e deciso, una delle migliori new entry della stagione.

Dipartita troppo prematura anche per uno dei personaggi più promettenti della serie: Lola, la dama di Maria e moglie di Narcisse. Secondo me è stata una delle peggiori scelte che gli autori potessero fare, avrebbe potuto rendere Reign più interessante e invece l’hanno fatta decapitare senza pietà.

 

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Nella quarta e ultima stagione (grazie al cielo) non succede pressoché niente, è la più noiosa di tutte a mio avviso. Trovo imperdonabile l’uscita di scena di Sebastian, così secca e senza preavviso. Un cameo finale sarebbe stato gradito!

L’unica cosa che salvo è l’interpretazione di Adelaide Kane che si cala perfettamente in Maria Stuarda, ora guerriera forte e determinata pronta a essere finalmente madre. Il fratello Giacomo contrariamente ha poca personalità e presenza scenica (a parte il fatto di essere attraente). Così come Lord Darnley fantoccio manipolato dalla donne.

 

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Per concludere Reign, si è scelto di tornare ancora all’occulto con (se non chi) Caterina che entra in possesso di un misterioso libro sulla stregoneria. Perché poi? A cosa serve l’elemento fantastico in un percorso che segue il verso della Storia? Mah.

Finalmente siamo giunti alla fine con l’esecuzione di Maria e il ricongiungimento nell’Aldilà con Francesco amore della sua vita. Ripeto, finalmente.

 

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P.S. se non ho citato altri personaggi o scene della serie è per motivi di lunghezza dell’articolo, se volete approfondire qualcosa non esitate a commentare!

 

Voto serie: 4

Classificazione: 2 su 5.

Cursed, parere sulla nuova serie fantasy di Netflix

Care lettrici e lettori di Clickilblog in questo periodo di desertificazione seriale è difficile trovare una serie tv di cui parlare.

Tra le poche novità in uscita in questa magra estate 2020 c’è Cursed che aspettavo con una certa impazienza per tre motivi: un fantasy nuovo, un fantasy nuovo sul mondo di Re Artù (dopo Merlin il nulla più totale), un fantasy con Gustaf Skarsgård (Floki il costruttore di navi in Vikings.).

 

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La mia impazienza ahimè non è stata ripagata, ma prima di venire al commento vorrei spendere due parole su Cursed.

Promossa nei vari sneek peek durante l’anno, Cursed è stata lanciata come serie tv dell’estate in uscita su Netflix a partire dal 17 luglio. La serie, tratta dall’omonimo romanzo, racconta del capostipite di tutti i fantasy ossia il ciclo arturiano. Però lo fa da una prospettiva del tutto nuova: dagli occhi della giovane Nimue interpretata da Katherine Langford, la Anna Baker di 13.

 

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Partirei infatti da questo elemento per fare il mio commento, totalmente negativo. L’attrice è stata relegata alla figura della “povera ragazza” che ripropone anche in Cursed, una povera Fey (persona con poteri) che non accetta il ruolo che le viene conferito dalla magia. Più che un fantasy già dal pilot mi sembra un teen drama con attorno qua e là la spada di Excalibur.

Ne viene dunque che la caratterizzazione dei personaggi non mi è piaciuta, troppo facilmente ho comparato Merlino a Floki con i suoi atteggiamenti stralunati e il Cavaliere Grigio a Jaqen H’ghar (il Nessuno di Game Of Thrones) con il suo aspetto misterioso.

 

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Di epicità ne percepisco ben poca, i dialoghi li vedo scarni così come alcune interpretazioni come quella di re Uther Pendragon e i personaggi ricorrenti di Cursed.

 

Poco studiata anche la fotografia e gli effetti speciali, forse a causa del frugale budget a disposizione. Mi rimanda anche alla delusione di The Witcher in un certo senso.

 

Voto serie: 4

 

 

 

 

Vikings | Recensione della serie tv

In questo periodo di post lockdown ho scelto una delle serie tv che ho deliberatamente ignorato per tutto questo tempo. Sto parlando di Vikings, prodotto di punta del canale canadese History dal 2013 ad oggi e disponibile in Italia su Sky, Netflix e TIM Vision.

 

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Ammetto di averla sempre sottovalutata perché pensavo fosse “noiosa” essendo di genere storico (infatti è scritta da Michael Hirst sceneggiatore de I Tudors) ma cavoli se mi sbagliavo! Vikings ora rientra tra le mie serie tv preferite al pari o superiore (che è tutto dire) del mio amato Game Of Thrones.

Cercando di non fare paragoni inutili con GOT vi presento la mia recensione di Vikings suddivisa per punti.

 

La tecnica.

In Vikings l’aspetto scenografico è curato nei minimi dettagli, nei costumi e nel trucco dei personaggi si riesce a respirare la cultura vichinga, la si avverte fin sotto la pelle tra ricostruzione storica e mito. Infatti ne sono testimoni i vari premi che la serie si è aggiudicata negli anni tra Emmy Awards e Canadian Screen Award. Subito dopo la musica, il soundtrack della sigla (If I had a heartFever Ray) è bellissimo perché rispecchia l’epicità della serie e il suo spirito battagliero. La colonna sonora è altrettanto azzeccata, emozionano sempre brani come Lamenth of Lagherta e Floki Appears to Kill Athelstan. I dialoghi sono sempre ben studiati e misurati fino a raggiungere i climax nei momenti di maggiore tensione, per esempio il discorso finale di Ragnar prima di essere giustiziato. E infine, fotografia e montaggio sono sempre all’altezza, sembra di entrare nelle battaglie o nei castelli in tutte le 6 stagioni.

 

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La struttura.

Nelle prime 4 stagioni Vikings sembra essere costruita in modo monocentrico in cui predomina sugli altri character e sulle varie storyline Ragnar Lothbrock interpretato magistralmente da Travis Fimmel. La personalità e l’intelligenza di Ragnar oscurano tutto il resto, è veramente in grado di farci credere di essere il diretto discendente di Odino. Tutto funziona così fino a quel fatidico 4×14 (E tutti i suoi angeli) in cui Ragnar raggiunge il Vallhalla (come vuole la storia/leggenda) in una fossa divorato dai serpenti lasciando la profezia:

 

“I piccoli cinghiali grugniranno quando sapranno quanto ha sofferto il vecchio cinghiale”

 

 

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Da questo momento i piccoli cinghiali, i suoi figli, si guadagnano lo spazio che meritano e la serie prende una piega corale alla GOT in cui vengono fatti vedere più mondi lasciando spazio a personaggi più marginali. Penso alla spedizione di Bjorn e Halfdan in Sicilia o all’insediamento di Floki e il resto del gruppo in Islanda. Dalla fine della quarta stagione Vikings racconta la storia dei figli di Ragnar facendoci conoscere il loro carattere, i punti deboli, le somiglianze con il padre. Devo sottolineare la bravura degli attori nel ricordare le movenze, i gesti, gli sguardi di Ragnar, soprattutto il primo genito Bjorn la Corazza e Ubbe il maggiore dei figli avuti con Aslaug.

 

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I valori.

In Vikings sono presenti dei valori che fanno grande questa serie, la elevano a una delle migliori che abbia ma i visto. In primis, la conoscenza. Ragnar è stato il primo dei norreni, se non l’unico, a capire che per conoscere il mondo bisogna sempre spingersi più in là dell’orizzonte. E questo purtroppo l’ha anche spezzato perché con la conoscenza arriva anche la consapevolezza che non esiste un solo punto di vista ma molti. Così dalla morte del migliore amico Athelstan mette in dubbio la sua fede arrivando perfino a pensare che se non si fosse convertito al cristianesimo non avrebbe potuto rincontrare il monaco in Paradiso. E’ un pensiero profondo per un uomo del suo tempo, che sancirà il suo cammino verso l’autodistruzione.

 

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Altro valore che troviamo, l’autodeterminazione. Lagherta è la bandiera della forza delle donne che vanno avanti nonostante tutto. Dopo la fine dell’amore con Ragnar (anche se lo amerà per tutta la vita), ritorna come conte Ingstad, partecipa alle più grandi battaglie (es. l’assedio a Parigi), è la guida di tutte le shieldmaiden (come Torvi e Gunnhild), si rinnamora di altri uomini sopravvivendo a tutti loro, e alla fine conclude la sua vita realizzando il sogno di Ragnar e il suo. Un altro tipo di determinazione è quella di Ivar Senz’ossa, personaggio che divide i miei sentimenti. Da una parte storpio che non ha mai avuto un’infanzia felice e dall’altra il re/dio/dittatore che è diventato. La famiglia è un altro elemento importante: avere dei figli, portare avanti la dinastia, si uccide per difendere un nome.

 

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La fine.

L’ultimo episodio 6×10 (Un piano ben congeniato) decreta il mid season finale di Vikings, e chissà quanto tempo dovremo attendere per vedere le ultime dieci puntate che concludono la serie. L’episodio, devo dire la verità, non mi ha colpito molto perché penso che poteva essere raccontato meglio (un po’ come tutta l’ultima stagione) e l’ho trovato piuttosto frettoloso.

Solo due cose ho trovato interessanti: la battaglia e la scena finale. Come da sempre ci ha abituato Vikings, le battaglie sono i momenti di maggiore phatos in cui i nostri protagonisti danno tutta la loro anima per poter entrare nel Vallhalla, e anche il temuto scontro con i rus non è stato da meno con tecniche di attacco (apprese dai francesi credo) e scontri fisici memorabili come la caduta di Re Harald. D’altro canto, la fine… Perché deve finire così? E’ vero che Ivar ha trafitto Bjorn? E’ così che finisce la storia del grande Bjorn la Corazza? Oppure è tutto nella loro mente?

 

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Ci sono ancora tante cose che dobbiamo scoprire

dall’altra parte del muro di scudi.

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Voto serie: 10

Chi è Matt Bomer?

Vi ricordate quel ragazzo dai bellissimi occhi blu di Neal Caffrey della serie tv White Collar? E’ lo stesso uomo, un po’ più maturo, apparso nella terza stagione di The Sinner.

Risponde al nome di Matt Bomer, vediamo chi è.

 

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Matt Bomer è nato in  Missouri (USA)  l’11 Ottobre 1977. Studia alla Klein High School, dove muove i primi passi nel mondo della recitazione partecipando a varie rappresentazioni teatrali. Nel 2001 si laurea in Arti visive e dello spettacolo.

Nel 2012 Matt, durante la cerimonia degli Steve Chase Humanitarian Awards, ha dichiarato la sua omosessualità al pubblico rendendo anche nota la sua unione con il pubblicitario Simon Halls, con il quale ha avuto tre figli grazie alla maternità surrogata.

 

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Il  successo arriva  nel 2009 quando Matt viene scelto per interpretare  il ruolo di Neal Caffrey, il giovane genio della truffa e consulente per l’FBI, nella serie tv White Collar (2009-2014).

Qualche anno dopo nel 2012 è nel cast dei film Magic Mike e Magic Mike XXL. Nel 2014 Matt partecipa alla quarta stagione di American Horror Story: Freak Show con Jessica Lange e Kathy Bates.

L’anno dopo Matt Bomer debutta alla regia con la seconda stagione di American Crime Story incentrata sulla storia dell’assassinio dello stilista Gianni Versace.

Voglio ricordarvi anche che nel suo anno d’oro (2014) Matt ha ricevuto svariate lodi per la sua interpretazione nel film TV The Normal Heart di Ryan Murphy grazie a cui si è aggiudicato il Golden Globe per il miglior attore non protagonista in una serie, ricevendo anche la candidatura al Premio Emmy e al Satellite Award.

 

 

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Voto personalità: 10

The 100 | Parere sulla premiere della settima e ultima stagione

Da pochi giorni sul palinsesto di CW è ritornata una delle serie tv ammiraglie, The 100. Giunta alla sua settima e ultima stagione riparte esattamente da dove si era conclusa senza salti temporali – se volete ripassare un po’ qui c’è il mio commento sul season finale della stagione 6.

 

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Ritroviamo una Clark fredda e apparentemente con la situazione sotto controllo. Aiuto. Perché quando Clark Griffin sembra dominare la scena fa subito una cazzata, infatti sul finire dell’episodio taac l’ha combinata grossa. E temo che il dolore per la perdita della madre sfocerà come un fiume in piena e travolgerà la nuova comunità di Sanctum.

Ora che Russell il leader dei Primes è stato deposto, nel regno è piombato il caos e i Figli di Gabriel sono pronti a insorgere; considerando anche il fatto che non c’è più un Commander ufficiale e che la leadership di Clark è in crisi. Un inizio di stagione tranquillo direi. 

 

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Questo season premiere a parte il clima caldo di cui vi ho detto prima l’ho trovato abbastanza stanco, come se si trascinasse su se stesso (le ultime due stagioni erano già abbastanza tirate), chissà cosa ci serbano i 14 episodi rimanenti, se ci regaleranno un happy ending per gli ultimi terrestri rimasti in circolazione.

 

La cosa interessante che è trovato è stata l’alone di mistero in cui sono avvolti Bellamy (che è letteralmente scomparso), Echo, Octavia, Gabriel e Hope l’ultima arrivata nel gruppo. La vera attrazione – secondo me – nei prossimi episodi sarà l’Anomalia e tutti i fatti che vi ruotano attorno. Potrà forse essere una soluzione o l’ennesima minaccia a cui i nostri protagonisti vanno in contro?

 

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Lo scopriremo nelle prossime settimane, nel frattempo stay tuned!

 

Voto puntata: 6/7

 

 

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