Mindhunter 2, il fascino del male

Ho appena finito di vedere su Netflix la seconda stagione di Mindhunter, serie tv basata sul libro del profiler John Douglas, un agente speciale dell’FBI che ha creato il termine serial killer e il sistema per categorizzarli intervistando i killer più conosciuti degli Stati Uniti come David Kamper.

 

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Devo dire che nonostante la lentezza in alcuni punti l’ho trovata molto interessante, soprattutto perché è come se fosse un trattato di storia che anticipa Criminal Minds, serie tv che mette in pratica tutta la teoria spiegata dai protagonisti di Mindhunter. Un altro punto a sfavore però sono appunto i protagonisti, poco caratterizzati. I tre main characters hanno tre personalità differenti, ma poco approfondite.

Holden (ossia l’agente Douglas) abbiamo conosciuto un po’ della sua vita privata nella prima stagione attraverso la storia con la sua ex ma ora non abbiamo nulla. Nessuna scappatella? Nessun nuovo incontro? Penso sia un po’ impossibile, anche se vediamo un agente Ford impegnato al massimo sul lavoro, tanto da risultare antipatico e saputello nei suoi modi di fare e relazionarsi con i colleghi.

 

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Abbiamo potuto scoprire il lato nascosto di Wendy Carr, il suo carattere e la sua identità sessuale, ma niente di più. E’ rimasto tutto un po’ in superficie, non so ha qualcosa di inquietante che non capisco, sarà l’effetto traslato che vuole dare la serie e se così fosse gli autori ci sono riusciti molto bene.

E infine, Bill Tench, il mio preferito e quello a cui in questa seconda stagione hanno dato più spazio. E’ un uomo buono, un agente molto professionale che riesce a nascondere i suoi problemi per risolvere quelli degli altri. Riesce a preoccuparsi dei ragazzini scomparsi di Atlanta per non pensare al suo. Perché suo figlio Brian è scomparso anche lui, non nella realtà ma nel suo mondo sconosciuto e inaccessibile. Bill deve affrontare gli assistenti sociali, gli psicologi, un figlio problematico e la moglie Nancy infelice e insoddisfatta. Tutto questo mentre interroga killer, deve avere dei nervi d’acciaio quest’uomo.

 

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Superando i due aspetti del ritmo e dei personaggi, di Mindhunter ammiro l’accurata ricostruzione storica dei fatti, sono andata a cercare le somiglianze tra attori e persone reali, per alcuni la somiglianza è sbalorditiva. Ad esempio, Camille Bell, la madre coraggio della vittima n. 1 che ha fondato il presidio Stop per raccogliere informazioni sui bambini scomparsi.

 

Qui trovate un articolo interessante per approfondire i fatti di Atlanta https://bit.ly/2lQoVus

 

I serial killer, i veri protagonisti di questa serie, sono stati rappresentanti con efferata accuratezza sia nell’aspetto esteriore che nella personalità. Creando così un fascino perverso che spinge lo spettatore a fare un salto nell’oscurità della mente di queste persone e nel lato più profondo di noi lo sappiamo che li ammiriamo per la loro intelligenza. Prendiamo Charles Menson. Nell’episodio 5 è comparso per 10 minuti nella scena dell’intervista con Holden e Bill, solo in quei minuti mi ha trasmesso una strana inquietudine perché riconosco che è un pazzo omicida ma allo stesso tempo suscita quel fascino che porta a domandarmi: come fa una persona a immaginare certe cose? E a convincerle gli altri a farle per lui?

 

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C’è un video su YouTube che riporta la famosa intervista con un paragone tra la finzione della serie e la realtà. Guardatelo perché è impressionante https://bit.ly/2lrTE0W

 

Mindhunter si è conclusa chiudendo l’indagine sul mostro di Atlanta e lasciando in sospeso invece i delitti di BTK. Cosa che verrà approfondita sicuramente nella prossima stagione, che è già stata confermata su Netflix ma non si sa ancora quando uscirà.

 

Voto serie: 8

Pubblicato da clickilblog

Questo è un blog personale che nasce dalla mia passione per le serie tv, americane per la maggior parte. Le ho seguite da sempre, prima in televisione con il sacrosanto appuntamento settimanale o giornaliero...

2 pensieri riguardo “Mindhunter 2, il fascino del male

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