The Umbrella Academy: la serie disfunzionale di Netflix

Sapete quelle serie tv che partono in sordina, un po’ noiosette, ma che capisci che potrebbero nascondere qualcosa di più? Mi è capitato esattamente questo guardando The Umbrella Academy, disponibile nel catalogo Netflix dal 15 febbraio scorso. L’ho iniziata per noia, poi lasciata da parte per qualche giorno e poi finita tutta d’un fiato dalle ultime quattro puntate in poi sulle dieci totali.

 

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The Umbrella Academy, ricordiamolo, è l’ennesimo adattamento tratto dal fumetto (la mano è quella di Gerard Way, leader musicale dei My Chemical Romance) e penso sia ben riuscito. Non tanto per aver rispettato la trama, non conosco il fumetto originale, ma per il ritmo della narrazione e la sua struttura. Una formazione direi a ombrello: parte con l’introduzione della storia della famiglia e poi si aprono i successivi episodi in cui ciascuno – o quasi – si focalizza su un fratello facendoci conoscere una dimensione più personale. Si conclude l’arco della storia con un finale che raccoglie tutti gli elementi del puzzle lasciandoci soddisfatti, ma con una domanda che si insinua in noi… Ci sarà una seconda stagione? Io penso che sia il finale perfetto per un’unica stagione ma come per la maggior parte di prodotti Netflix come Stranger Thinks o La casa di carta ci saranno seguiti più o meno riusciti.

 

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Mi vorrei soffermare sui personaggi. Tutti credo siano ben strutturati, compreso l’australopiteco Pogo (mi ha fatto commuovere fino alla fine la sua dedizione alla famiglia Hargreeves) e la madre/robot Grace reincarnazione della donna di casa stereotipo americano degli anni ‘60. Tutti i fratelli hanno una personalità ben definita anche se mi sarebbe piaciuto vedere qualcosa di più su, ad esempio, il fratello scomparso Ben oppure la vita segreta e intrigante di Diego.

Klaus Hargreeves. Il fratello numero 4 interpretato dal bravissimo Robert Sheehan (già visto nella serie Misfits) è in grado di comunicare con i defunti ma il rifiuto di questo potere lo ha trascinato poco a poco nella tossicodipendenza. Credo sia quello più sensibile e empatico di tutti, forse per la sua vicinanza all’altra dimensione. È un personaggio che poco a poco si spoglia delle sue paure radicate dall’infanzia crescendo fino a mostrare il suo vero io coraggioso e con un cuore grande. Klaus lasciatomelo dire è il più spassoso, divertente e strano. Ha un modo di vestire unico che a lui sta bene, anche se porta contemporaneamente un paio di anfibi e un ombrellino rosa.

 

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Vanya Hargreeves. Numero 7 o Violino Bianco è impersonata dalla più che affermata Ellen Page. È il personaggio più controverso di tutti, apparentemente timida e insicura ma si rivela essere la più potente se non distruttiva attraverso le onde sonore che sa dirottare come vere e proprie armi. È quella che ha subito il trattamento peggiore dal padre/padrone Sir Reginald Hergreeves che invece di amarla l’ha rinchiusa in una camera a tenuta stagna con l’intento di proteggere lei stessa e il mondo intero.

 

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La serie per certi versi mi ricorda Preacher per la vena surreale come le scene in cui compaiono i due agenti Hazel e Cha-Cha e i toni umoristici di Klaus. La struttura narrativa della storia di Vanya mi rimanda alla Fenice della saga Marvel di X-Men. E voi cosa ne pensate?

Voto serie: 9

Pubblicato da clickilblog

Questo è un blog personale che nasce dalla mia passione per le serie tv, americane per la maggior parte. Le ho seguite da sempre, prima in televisione con il sacrosanto appuntamento settimanale o giornaliero...

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